Cos'è la Kinesiofobia? - Luca Pella

Cos’è la Kinesiofobia?

Questo termine è entrato sempre di più a far parte del vocabolario clinico odierno in materia di dolore cronico. 

Questo perché esprime una delle variabili che possono influenzare la sua insorgenza. Vediamo di capire meglio di cosa si tratta.

Ok, l’etimologia è facile, dal greco kínesis  (movimento) + phóbos (paura), quindi apparentemente, una buona traduzione potrebbe essere la “paura del movimento”. 

Con “phóbos” però non si intende una paura qualsiasi, ma “una paura intensa e irrazionale” in questo caso nell’esecuzione di un movimento, dovuta a una sensazione di vulnerabilità rispetto a un episodio doloroso.

La Paura e le sue funzioni

La paura è una reazione emotiva (e in parte anche fisica —> reazioni del Sistema Nervoso Autonomo) a una minaccia reale o percepita (si esattamente come il dolore) e può essere appresa dal nostro sistema in un’ ottica di sopravvivenza: la paura è in grado di salvarci la vita se si attiva nei momenti giusti. Vista la sua importanza è normale che il nostro corpo abbia la possibilità di apprenderla come meccanismo di difesa.

Nell’uomo la possibilità di apprendimento avviene anche grazie a osservazione di altri individui (i neuroni specchio ci permettono di provare le stesse sensazioni dell’altro anche solo guardandolo. Per questo siamo in grado di provare paura guardando un film comodamente seduti in poltrona) e tramite le istruzioni verbali: la nostra capacità di immaginazione ha permesso, attraverso la trasmissione orale, l’apprendimento di molte cose, tra le quali le cose pericolose da non fare: le cosiddette “zone tabù” in cui nessuno è mai stato, ma si sa perfettamente che ci sono dei pericoli. Nel mondo odierno abbiamo ormai sfatato la maggior parte di questi luoghi. Ma non per questo possiamo mettere in dubbio la forza delle parole riguardo al nostro cervello.

La paura quindi è in realtà utile.. Ci permette di evitare comportamenti potenzialmente dannosi. Il problema però insorge quando questa strategia diventa eccessiva fino a generalizzare la paura: in questo caso la persona inizierà a evitare stimoli che non implicano alcun rischio.

Di questo abbiamo avuto un chiaro esempio in questi anni: la gestione continuamente allarmistica della situazione pandemica ha portato le persone (anche quelle più preparate a livello teorico) ad esasperare alcuni comportamenti in maniera eccessiva (classico caso della persona che guida da sola in macchina mantenendo la mascherina o a volte le mascherine).

La persona che ha paura di muoversi

Nel caso del dolore e della paura a muoversi, possiamo osservare nella persona affetta da questo disturbo, una differenza nel modo in cui si muovono: cercano di preservare la zona a tutti i costi.

Capita molto di frequente con la zona lombare, ma non solo con quella.

Le caratteristiche di questi movimenti sono:

  • più lenti
  • poco variabili
  • minor ampiezza
  • maggior rigidità

In pratica ci si ritrova con un maggior grado di disabilità, minor qualità della vita e come risultato di tutto questo, una maggior severità del dolore.

Ma siamo fortunati in quanto si tratta di una fattore modificabile e reversibile al quale è però importante portare attenzione sia da parte del Fisioterapista, sia da parte del paziente.

Una delle strategie e delle cose importanti che stiamo imparando dalla scienza del dolore è che la percezione dolorosa non è legata in modo univoco a un danno. Quindi, entro certi parametri, sappiamo che muoversi, fare esercizi con il dolore non è pericoloso.

L’esercizio diventa un potente alleato in quanto permette di fare breccia nelle convinzioni errate del paziente (sono riuscito a camminare 10 minuti senza che il dolore peggiorasse) e deve essere calibrato insieme al fisioterapista per gestirlo nel modo migliore. 

Conclusione

La kinesiofobia rappresenta quindi un’estrema paura del movimento e il fisioterapista svolge un ruolo decisivo nel suo trattamento. 

Ora non aspettatevi che il miglioramento della Kinesiofobia porti automaticamente a una riduzione del dolore. Spesso capita, ma a volte il dolore può metterci più tempo a ridursi proprio perché è multi-fattoriale. Anche nei casi in cui persista però la differenza la fa il potersi muovere senza più paura: questo avrà un impatto importante sulla disabilità, sul tono dell’umore, sulla capacità relazionale e più in generale sulla qualità di vita della persona. Se a parità di dolore, abbiamo però un grande miglioramento della ripresa delle proprie attività abbiamo già un ottimo risultato.

Questo è forse il significato più profondo del termine Riabilitazione: rendere di nuovo abile e indipendente la persona nonostante tutto.

quali tecniche potrebbero essere indicate in questo caso?