1 ott 2026 · @Luca
“Ho l’artrosi, per questo mi sono bloccato”
La parola “artrosi” su un referto spaventa molto più di quanto dovrebbe. Spesso descrive un normale segno dell’età, non la causa del dolore.
Qualche settimana fa è arrivato in studio un paziente con un blocco lombare acuto. Faticava ad alzarsi dalla sedia e aveva con sé le radiografie: “spondiloartrosi lombare”. Era convinto che il colpevole fosse lì, scritto nero su bianco.
Parlando con lui è emerso altro. Veniva da settimane di poco movimento, molte ore seduto e un intestino irritato che non gli dava tregua. Le alterazioni nei raggi c’erano da anni, e fino a quel momento la schiena non gli aveva mai dato problemi.
Il blocco si è risolto lavorando su movimento e componente viscerale.
L’artrosi, invece, è rimasta esattamente dov’era. Questo articolo spiega perché le due cose possono convivere senza che una causi l’altra.
Cosa mostrano le immagini nelle persone senza dolore
Le alterazioni “degenerative” della colonna sono la norma con l’età, anche in chi non ha mai avuto mal di schiena. Lo ha mostrato una revisione della Mayo Clinic su 33 studi e 3110 persone asintomatiche.

Gli autori concludono che molte di queste immagini fanno parte del normale invecchiamento e non sono associate al dolore. Sono, in pratica, le rughe e i capelli grigi della colonna.
Una sfumatura onesta: in una seconda analisi gli stessi autori hanno visto che sotto i 50 anni alcune alterazioni del disco sono un po’ più frequenti in chi ha mal di schiena. Il reperto quindi non è sempre irrilevante. Da solo, però, non basta a spiegare il dolore di una persona.
Se vuoi approfondire come una “brutta” risonanza possa convivere con una schiena che sta benissimo, leggi anche Lei ha proprio una brutta schiena.
Perché continuiamo a chiamarla “artrosi”
Il termine resiste per ragioni storiche e comunicative, non perché descriva bene ciò che vediamo oggi.
Una parola nata dalla radiografia. L’artrosi è stata definita a lungo con criteri radiologici: osteofiti, riduzione dello spazio articolare, sclerosi dell’osso. La classificazione di Kellgren e Lawrence, del 1957, si basa ancora su questi segni. Quando la risonanza ha mostrato le stesse alterazioni in milioni di persone senza dolore, la parola era già entrata nei referti e nella testa dei pazienti.
Vediamo di più, ma non capiamo di più. Le macchine più precise non hanno risolto il problema: lo hanno in parte peggiorato. Più dettagli significano più reperti, mentre la capacità di collegarli al dolore resta bassa. Il limite oggi non è la tecnica, è la correlazione clinica.
Un errore di categoria. In senso stretto l’artrosi riguarda le articolazioni sinoviali. Nella colonna lombare questo vale solo per le faccette articolari. La degenerazione del disco è un altro tessuto, con un’altra biologia: chiamarle con lo stesso nome mescola cose diverse.
Il referto descrive, il paziente interpreta. Il radiologo scrive “spondiloartrosi” come semplice descrizione. Il paziente lo legge come una diagnosi, e spesso come la causa del suo dolore.
Una parola breve per una spiegazione lunga. “Hai un po’ di artrosi” chiude il discorso in dieci secondi. Spiegare che si tratta di cambiamenti legati all’età, compatibili con l’assenza di sintomi, richiede tempo che nelle visite brevi spesso manca.
Le parole del referto pesano
Cambiare linguaggio non è pedanteria: le parole influenzano paura, aspettative e scelte di cura. È una forma di effetto nocebo.
In un esperimento randomizzato su 1375 adulti, la stessa storia di mal di schiena veniva etichettata in sei modi diversi. Chi leggeva “artrosi”, “degenerazione” o “protrusione” sentiva più bisogno di esami, di un secondo parere e di un intervento chirurgico. Chi leggeva “episodio di mal di schiena” aveva aspettative di guarigione migliori (O’Keeffe et al., 2022).
Un’indagine sui termini dei referti lombari ha trovato che “degenerazione del disco” e “degenerazione delle faccette” sono tra le parole che preoccupano di più chi le legge (studio trasversale, 2021).
Il percorso tipico è questo: leggo “artrosi”, penso a un danno, ho paura di muovermi, mi muovo meno, e la schiena peggiora. Interrompere questa catena con una spiegazione chiara è già parte della terapia.
Cosa c’era davvero dietro quel blocco
Un blocco lombare acuto nasce quasi sempre da più fattori insieme, e raramente da ciò che si vede in una radiografia. Nel caso del mio paziente, due elementi pesavano più dell’artrosi.
Poco movimento. Settimane di sedentarietà riducono la tolleranza dei tessuti al carico e rendono il sistema nervoso più “sensibile”. Quando poi arriva un gesto banale, la schiena reagisce in modo sproporzionato.
È il classico blocco “raccogliendo la penna da terra”, di cui ho scritto in La forza: il mito di Milone da Crotone.
Un intestino irritato. Intestino e colonna lombare condividono parte delle vie nervose: i segnali dei visceri convergono negli stessi gangli spinali che ricevono quelli di muscoli e articolazioni. Il cervello può quindi “leggere” un disturbo viscerale come dolore alla schiena. Nelle persone con sindrome dell’intestino irritabile il mal di schiena cronico è molto più frequente che nel resto della popolazione (studio sulla chirurgia vertebrale, 2026).
Ne ho parlato più a fondo in due articoli del blog: Muscolo Psoas e mal di schiena, sul legame tra psoas, intestino, diaframma e colonna, e Sacro-ileite: cos’è e come possiamo risolverla, sul riflesso viscerale che dall’intestino arriva al bacino.
Gli stessi autori ricordano un dato che fa riflettere: chi ha l’intestino irritabile finisce più spesso sotto i ferri per la schiena. Un motivo in più per guardare la persona intera, non solo l’immagine.
Il trattamento si è quindi concentrato sul ritorno graduale al movimento e sulla componente viscerale. L’artrosi non è cambiata; il dolore sì.
Se il tuo referto dice “artrosi”
Un referto con la parola “artrosi” non è una condanna. Ecco come leggerlo con più serenità.
- Confrontalo con la tua età. Dopo i 40-50 anni, trovare queste alterazioni è la regola, non l’eccezione.
- Chiediti da quando c’è. Se le alterazioni erano presenti anche quando stavi bene, difficilmente spiegano da sole il dolore di oggi.
- Guarda cosa è cambiato di recente. Sonno, stress, movimento, intestino, carichi di lavoro: spesso il dolore nasce da qui.
- Non smettere di muoverti. La colonna “artrosica” tollera e trae beneficio dal movimento graduale. Il riposo prolungato è più spesso parte del problema che della soluzione.
- Fatti spiegare il referto. Un professionista può dirti quali reperti contano per il tuo caso e quali sono semplici segni dell’età.
Attenzione però: alcuni segnali richiedono una visita medica tempestiva. Febbre, perdita di peso inspiegata, formicolii o debolezza che peggiorano, difficoltà a urinare o a trattenere le feci non vanno attribuiti all’artrosi.
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Bibliografia
- Brinjikji W, Luetmer PH, Comstock B, et al. Systematic literature review of imaging features of spinal degeneration in asymptomatic populations. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(4):811-816.
- Brinjikji W, Diehn FE, Jarvik JG, et al. MRI findings of disc degeneration are more prevalent in adults with low back pain than in asymptomatic controls: a systematic review and meta-analysis. AJNR Am J Neuroradiol. 2015;36(12):2394-2399.
- Kellgren JH, Lawrence JS. Radiological assessment of osteo-arthrosis. Ann Rheum Dis. 1957;16(4):494-502.
- O’Keeffe M, Ferreira GE, Harris IA, et al. Effect of diagnostic labelling on management intentions for non-specific low back pain: a randomized scenario-based experiment. Eur J Pain. 2022;26(7):1532-1545.
- Consumer understanding of terms used in imaging reports requested for low back pain: a cross-sectional survey. 2021.
- Irritable bowel syndrome and its impact on utilization and outcomes in elective thoracolumbar fusion. 2026.